Con Felis in Venice Giorgio Celiberti rende omaggio alla città di Venezia che, nel lontano 1948, lo ha visto a soli 19 anni essere il più giovane espositore alla Biennale d’Arte.
Nessuno più giovane di lui vi avrebbe esposto anche nelle successive edizioni.
Lo fa esponendo in particolare una folta rappresentanza dei suoi gatti, un soggetto che gli è caro, in bronzo e in terracotta, nei saloni del prestigioso Albergo Danieli.
I gatti veneziani sono tra i più tipici e tradizionali abitatori di calli e campielli: la città mercantile deve ai loro antenati una grande riconoscenza per aver difeso le merci alimentari sulle navi dall’attacco dei topi.
La scultura di Celiberti è sempre molto attenta a cogliere l’energia animale.
E tra i suoi soggetti vi sono anche cavalli, pecore, capre, corvi, colombe, e due gufi sono esposti anche in queste sale.
Un altro motivo ricorrente di questo artista oggi novantaduenne è quello delle “stele”: oggetti dal sapore preistorico, che richiamano i megaliti primordiali.
Da sempre l’uomo ha alzato verso il cielo strutture verticali con gli scopi più vari: dall’invettiva alla preghiera.
Ed è a questa tradizione quasi rituale che Celiberti si ricollega: qui presenta tre obelischi istoriati, che richiamano certi camini a guglia cinque-seicenteschi che ornano alcuni palazzi veneziani sul Canal Grande.
Le guglie caratterizzano anche uno dei ponti più famosi di Venezia: il ponte detto appunto “Delle guglie”, che immette al ghetto ebraico.
E qui si tocca davvero uno dei punti centrali della poetica del maestro.
Per lui infatti è ineludibile il confronto con quella che considera la più grande tragedia umana del XX secolo: l’Olocausto degli Ebrei.
L’incontro di Celiberti con il campo di concentramento di Terezin, in Boemia, e soprattutto con le tracce che hanno lasciato i circa 15.00 bambini ebrei che vi vennero rinchiusi prima di essere avviati ai campi di sterminio, ha cambiato per sempre il suo modo di intendere l’arte.
Erano gli anno ’60, e da allora Giorgio Celiberti ha tralasciato paesaggi o nature morte per costruire un suo linguaggio fatto di segni e testimonianze, mutuando le semplici croci, i piccoli cuori le farfalle proprio dai disegni di quei bambini.
Nell’esposizione attuale vi sono due opere rare nella produzione del maestro che testimoniano la perdurante commozione per quella tragedia.
Si tratta delle ”Finestre”. Vere finestre recuperate dalle demolizione di case reali: restaurate e trasformate, e soprattutto istoriate nei vetri a creare una significativa trasparenza.
Quasi il sogno di libertà di quei bambini che, più che vedere, potevano solo immaginare, sognare, una vita diversa oltre le finestre chiuse delle loro celle.
Felis in Venice rappresenta dunque una scelta di opere che vogliono omaggiare la città che le ospita, ma senza rinunciare a proporre i valori costanti e profondi presenti nell’arte di Giorgio Celiberti.