Avventure gastronomiche del nevrotico Basilio


Le avventure gastronomiche del nevrotico Basilio di LUCIA BURELLO



Le avventure gastronomiche del nevrotico Basilio. Il sogno infranto - di Lucia Burello


Basilio, un ometto afflitto dal suo corpo gracile e pallido, sta accompagnando Miranda, la donna che ama segretamente da anni, al loro primo appuntamento. Ci sono voluti tre mesi prima che lui trovasse il coraggio d’osare invitando la collega del servizio amministrativo cimiteriale. Tutto è iniziato a giugno, mentre Basilio, affetto da una grave forma di romanticismo, lemme lemme passeggiava lungo la battigia alla foce del Tagliamento, a Lignano Riviera. Lì, notò il ristorante “Alla vecchia finanza” e l’idea di pranzare con Miranda gli arrivò improvvisa e violenta assieme a un colpo di sole. Quale altro ristorante poteva competere con quella vista superba? È il fascino del Delta, dove acque dolci e salate s’incontrano per la prima volta. E i verdi, cangianti di giorno, si fondono a sera in una colata metallo dove affonda il sole. Invitare Miranda a fine agosto è stata una strategia da Casanova: la luce obliqua del giorno rende i contorni definiti, pittoreschi e il paesaggio appare un paradiso di sabbia gialla, dietro al quale la Macchia Mediterranea si offre come un’alcova. Una sportellata in bocca riporta bruscamente Basilio al presente. Miranda non si accorge che quel perfetto gentiluomo le sta aprendo la portiera dall’auto. L’incanto s’incrina e da quel momento l’ometto piomba nella sua insignificanza, sentendosi goffo ad ogni movimento. Per fortuna che, al ristorante, l’accoglienza del personale gli restituisce un po’ di fiducia in se stesso, facendolo sentire uno che conta. Ed eccoli lì, i due piccioncini, seduti a un tavolo candido che, per come è allestito, emana sapore di mare prima ancora d’avere il pesce in bocca. Tutto è tornato perfetto. Prima di ordinare, Basilio si congeda educatamente per raggiungere la toilette. Ed è qui che un secondo duro colpo lo distoglie dal sogno. A terra, c’è una rivoltante fanghiglia grigia, stile bagni ufficio spiaggia. L’idea di tornare al tavolo con le suole bagnate di quella palta sospetta gli fa passare l’appetito. Mentre si lava le mani, una donna lo sorprende alle spalle prendendo del sapone: «Mi scusi - si giustifica - ma nella toilette delle donne manca». A questo punto, l’idea romantica di Basilio sembra compromessa. Al tavolo però, ancora una volta, le premure del personale ben addestrato allontanano i brutti pensieri. Ma le insidie continuano... Dopo lo stappo del vino, si commette un piccolo sacrilegio: il collo della bottiglia viene pulito con una polliciata decisa. Ben dissimulando un attacco di bile, Basilio alza il calice e il suono argentino del cristallo riaccende la magia. Miranda è irresistibile con gli occhiali da presbite, intenta nella lettura del Menù, un foglio dalla calligrafia svolazzante. Ordinano spaghetti alle vongole, sauté di cozze, triglia in crema di cavolfiore affumicato ed emulsione di ricci di mare, e linguine al gransoporro e rosmarino. Prima di iniziare, i piccioncini ricevono una minuscola entrée di benvenuto. Basilio ama i francesismi, ma trova che quella polpettina di ricotta al nero di seppia, sembri un sacchettino di nylon in mezzo al degrado cittadino. Ma chi è lui per giudicare l’estro altrui? È la volta dell’atteso spaghetto alle vongole: un mucchio di gusci vuoti accompagnato da un mucchietto di molluschi seppelliti sotto a un gomitolo d’alpaca. Basilio sta precipitando nello sconforto, identificandosi con quel piatto insipido. Gli spaghetti alle vongole sono un classico intramontabile, come il Principe di Galles e la moka Bialetti. Sono una delle poche certezze nella vita e nessuno dovrebbe osare di cambiare la loro perfetta geometria. Aglio, pepe nero, prezzemolo, olio, vongole, e spaghetto saltato, ecco l’armonia che nel piatto seduce: molluschi abbarbicati a gusci schiusi conficcati tra i vermicelli, e che si offrono carnosi e in copioso sugo. Anni e anni di esperienza per arrivare all’equilibrio perfetto, decantato perfino da Ippolito Cavalcanti! E così, davanti al suo scialbo piatto, Basilio si convince che lo spaghetto alle vongole dovrebbe essere tutelato delle Belle Arti, mentre inizia a contare gusci e frutti di mare nella speranza che i numeri, almeno, combacino. E che dire del sauté dal brodo così acidulo da rendere impossibile l’ambita “scarpetta”? Quando arrivano le triglie, Basilio ha un piccolo turbamento. Due pescetti minuscoli se ne stanno lì, nudi ed esanimi riversi sopra a un cavolo di salsa. Gli sembrarono sacrificati al suo capriccio, e gli fanno tenerezza. Non si era mai commosso davanti a un piatto di triglie. Piuttosto insipide, a parer dell’amata Miranda, le linguine. Ma alla fine i conti tornano, e il pepe mancante sulle vongole finisce sullo scontrino fiscale, la portata più saporita della giornata: 118.50 euro. Ma se il cibo non è stato all’altezza del sogno, resta un asso nella manica: la passeggiata lungo il fiume, dove a tardo pomeriggio la spiaggia sembra una distesa di mussola rosa. Ma Miranda declina l’invito, l’aspetta una lezione di pilates. Il colpo di grazia al sogno del romantico Basilio.

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Corso delle Nazioni, 110
Lignano Sabbiadoro UD
Tel. +39 0431 424440
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Le avventure gastronomiche del nevrotico Basilio - Last minute tra i sapori - di Lucia Burello


Basilio, un ometto qualunque che più qualunque non si può, alla fine dell’estate vive, puntualmente, una grande frustrazione: non avere una vacanza esotica da raccontare ai colleghi. Ma per fortuna il suo tormento è mitigato dal fatto che lui, in ufficio, è praticamente invisibile e in mezzo ai maniaci del last minute, implacabili nell’esibire ricordi di bikini e mojiti, può scivolar via come l’ombra di sé stesso. “A volte – si consola Basilio – essere insignificanti ha i suoi vantaggi”. Il fatto è che, per lui, il distacco da casa è una vertigine insopportabile e già oltrepassare il Tagliamento gli crea un leggero mancamento. Figuriamoci prendere un aereo. Poco gli importa capire l’origine di questa fobia, quello che conta per lui, è imparare a conviverci, facendo di necessità virtù. “Del resto – si infonde ottimismo – anche Giulio Verne non si era mai mosso di casa. E Goethe diceva che in ogni separazione, c’è un germe latente di follia”. Così va elucubrando Basilio l’ultimo giorno d’estate quando, vestito “come viene viene”, passeggia per Udine con il marsupio a tracolla. Ma quando è sotto ai portici di via Gemona, una folgore lo centra come fece con San Paolo sulla via di Damasco. A onor del vero a colpirlo in piena fronte è uno schito di piccione, ma per Basilio un segno resta un segno. Sotto alla casa del grande Giovanni da Udine, infatti, scopre il ristorantino sardo “La Nicchia”. Ecco il suo viaggio! Un last minute attraverso sapori e odori, trasportato dai sensi nella terra dei nuraghi. Decide di fermarsi. Non ha prenotato, ma l’ospitalità dei ristoratori, sincera vocazione, gli offre in uno schioccar di dita un banchetto all’aperto coi fiocchi; esattamente sotto al tinello del Genio delle grottesche. Seduto lì, servito e riverito come un principe, al posto delle cinture Basilio s’allaccia il tovagliolo, pronto a decollare tra i fumi di un Vernaccia squisito. Inizia il viaggio: atterrato sull’isola dei vip, la guida gli propone tappe promettenti: Culurgiones croccanti in crema di melanzane e timo, per cominciare. Ecco che un leggero sapore d’affumicato, quello della ricotta mustia che farcisce gli agnolotti, lo accompagna nei dintorni di Sassari, giardino ameno e vago. Da lì, si ritrova dall’altra parte dell’isola dove, in una vecchia colonia ligure, le Trofie di Carloforte con buzzonaglia di tonno rosso gli fanno apprezzare la carne più gustosa del pesce, quella maggiormente irrorata dal sangue, la più povera, la più tenace lungo la lisca. Basilio, che da tempo è affetto da un pernicioso romanticismo, ascolta i racconti del cuoco, estasiato. Luoghi sconosciuti si rivelano ai suoi occhi “Nell’azzurro”, sentendosi posseduto dal fantasma di Grazia Deledda. Acqua e grano duro lo trasportano poi fra “greggi, fontane ed erbe”, dove i pastori pigramente sdraiati su cuscini di borra, gli offrono un Fagotto di Carasau con bocconcini di agnello svezzato, al finocchietto selvatico. Ma ancora il mare lo reclama, e ad Alghero, l’intingolo dell’aragostella, fatto di cipolla rossa macerata nell’acqua frizzante e aceto, si concede a una Pescatrice catalana, profumandola di limone e basilico. Infine, si lascia sedurre dal sapore moresco della Seada, un dolce di semplicità sublime, dono del grano, del latte e delle api. La sfoglia è così soave che Basilio ha una visione: dietro i frangiflutti scende il sole, e davanti ai raggi obliqui ombre nere di ragazzi filiformi corrono all’acqua. In cielo, le lame dei gabbiani baluginano per gli ultimi fiacchi colpi, nell’ora dei suoni che s’allungano. Per Basilio, La Nicchia è ormai casa, e tale si presenta, minuscola, linda, accogliente e carica di tradizione. Un piccolo mondo antico incastonato nelle antiche case udinesi. “Questo sì che è viaggiare” si compiace Basilio che, pagando un prezzo onesto, si sente ormai più sardo di Cuccureddu. E così, con la saggezza del viaggiatore di lungo corso e sazio di virtù, se ne torna in ufficio. E che importa se nel suo desktop non ci sono selfie con palmizi-party e sculettamenti in tanga sullo sfondo! Che gli importa dei ghigni sprezzanti dei colleghi! Il suo viaggio, infatti, gli ha lasciato in bocca il dolce sapore epico del mirto divino. Alla faccia del mojito!

LA NICCHIA RISTORANTE OSTERIA
Via Gemona, 15A - 33100 Udine
Tel. +39 0432 204070 - Chiuso la domenica

Le avventure gastronomiche del nevrotico Basilio - Un transfert epocale - di Lucia Burello


Basilio, un ometto condannato al grigiore ma, purtroppo, senza sfumature, tra le sue noiosissime virtù, vanta un appassionato, anzi, febbrile interesse per la storia. In particolare del Friuli. Per un certo periodo, credette che erudire il prossimo fosse la missione somma a cui era stato assegnato per volontà divina. Così, tutte le volte che un collega gli capitava a tiro, Basilio lo arpionava iniziando una narrazione così soporifera, che avrebbe narcotizzato in tre secondi perfino Piero Angela. Complice anche un’insidiosa fiatella. In breve, attorno al poveretto si fece un vuoto tale che, al confronto, la vita di un untore del XVII secolo sembrava un happy hour. Ma torniamo a bomba. Quasi a voler compensare la sua esigua personalità, Basilio nutriva una segreta ammirazione per uno dei personaggi più controversi e potenti del passato, l’imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo V. E visto che l’Asburgo fece visita, nel 1532, a Spilimbergo, ospite al castello, Basilio s’era promesso di vincere la sua invalidante agorafobia per raggiungere la ridente località il 21 settembre 2018, giorno in cui ricorrevano i 460 anni dalla morte del grande di Spagna. Ma, cacciato a letto da una sciatica così infausta da rendere Juncker un dilettante, il povero Basilio si vide costretto a rimandare la mitica traversata del Tagliamento al 21 ottobre. La mattina di quel giorno speciale, dopo aver versato 25 gocce di tranquillante nel caffelatte e infilato un pastiglione anti panico in una fetta di gubana, Basilio arrivò nella tanto agognata piazza, dove sorge il maniero degli Spengenberg. In quella magnifica cornice accesa dai colori dell’autunno, si concentrò fitto fitto nel tentativo di cadere in trance per atterrare in pieno Rinascimento, dove la sapiente mano del Bellunello lo invitava fra cavalieri, palafrenieri e paggi. E così, “posseduto” dal fantasma di Carlo V, camminava a destra e a manca con passo imperiale e fiero cipiglio. Nel bel mezzo di questa patetica pantomima, che intimorì due turisti d’Oltralpe, Basilio pensò bene di consumare il suo pasto regale. Ecco che, senza indugio, entrò spavaldo al ristorante “La Torre”, proprio all’interno dell’edificio affrescato che accolse il Valoroso. «Qual è il tavolo di Carlo V?» domandò con voce baritonale. Il titolare gli rivolse uno sguardo circospetto. Basilio, allora, ripiombò nel presente e nella sua timida insignificanza: «Mi scusi» bofonchiò, infilandosi come un’ombra a un tavolo finemente apparecchiato. Ed ecco che dal menu, quello denominato, provvidenzialmente, “Mezzogiorno di cuoco”, l’ometto scelse portate luculliane: “Fegato grasso d’anatra alla mia veneziana”, “Baccalà mantecato alle tre consistenze di zucca”, “Tagliolini di farina di castagne ai ricci di mare e zenzero” e per finire un “Cremoso allo zafferano con caviale di pere”. Ad ogni forchettata, Basilio assaporava un sodalizio armonioso tra cibo, cultura e ricordo. Al primo boccone del baccalà, per esempio, per lui fu come masticare la sua infanzia, e il leggero sapore di affumicato, misto al formaggio fuso, lo catapultarono sulle ginocchia di sua nonna Gioconda, seduta davanti allo spolert. «Questo piatto ha il sapore di mia nonna!» gli sfuggì maldestramente il concetto. Dimenticò per un attimo Carlo V e, a quel punto, la sola messa in scena che contava fu quella dell’esperienza gastronomica. Basilio non amava fronzoli e merletti sulle pietanze, spesso superflui come chi li concepisce, ma a “La Torre” dovette ricredersi, riconoscendo nella coreografia del piatto una vera firma d’artista. E fu con vivo piacere che gli parve di intravedere, nelle geometrie del dolce, l’eredità del grande cuoco-architetto di Napoleone, Carême. Lascito degnamente raccolto tra le antiche mura di quella cucina. E poi, che dire della scelta cromatica? Tripudio di giallo a ricordare l’oro, e di verde, tinta d’alto rango sugli stemmi. Distinzione sociale apprezzatissima per onorare la sua levatura; in fondo, lui, era pur sempre Carlo V. Sbocconcellando del soffice pane fatto in casa, Basilio era al settimo cielo! Rientrato nella parte, osservò la sala da pranzo popolarsi dei suoi ospiti più illustri. C’era Bona Sforza, sorpresa a leccarsi il Cremoso dalle dita cicciottelle, ed Enrico III di Francia che affondava i mustacchi nella glassa al balsamico di una costa disossata. E tra loro, la grazia in persona. Irene di Spilimbergo, soave come il vino che sfiorava le sue labbra. E in quell’istante unico, Basilio levò in alto il calice per brindare all’eterno congedo del suo paladino. Una commemorazione perfetta! Il sipario, infine, calò. Era tempo di pagare il biglietto, un costo più che ragionevole per quel transfert epocale che avrebbe fatto impallidire la medium Eusapia Palladino, e che vide al ristorante “La Torre” il suo apice più fulgido. A bordo della sua fedelissima Simca 1100 color ramarro, un satollo Basilio guardava il castello allontanarsi, ma senza tema e nostalgia, perché su quel regno, ne aveva la certezza, il sole non tramonta mai.

RISTORANTE LA TORRE
Piazza Castello, 8 - 33097 Spilimbergo PN
Tel. +39 0427 50555
info@ristorantelatorre.net
www.ristorantelatorre.net

Le avventure gastronomiche del nevrotico Basilio. Un pranzo cool - di Lucia Burello


Basilio, misero tapino impiegato al Catasto, è pronto per la riscossa. La sua sarà una crociata contro la società arrivista che schifa l’uomo comune, considerato alla stregua di una “bomba” di alano sganciata in mezzo al marciapiede. Per annientare il nemico, dunque, ha deciso di usare le sue stesse armi: diventando Influencer. Ecco che seduto al banchetto dell’ufficio Visure, con sguardo ebete e assorto trascorre le mattine in religioso raccoglimento, ripetendo il suo mantra sacro: blog, blog… Durante il giorno, invece, strani disegni prendono forma nella sua mente: per esempio diventare, addirittura, vaccino anti influencer, sovvertendo il sistema e gettando le basi per una rivoluzione culturale senza precedenti. Le notti, infine, mentre dorme il sonno dei giusti, sogni beati e ricorrenti lo cullano; tra questi, il più propiziatorio, è Chiara Ferragni arrestata per molestie sessuali nei suoi confronti. A questo punto, i più cinici fra i lettori affezionati potrebbero osservare che, nella classifica delle nevrosi che affliggono il povero Basilio, dove fino ad oggi svettavano incontrastate ipocondria e agorafobia, una new entry s’è infilata come folgore a ciel sereno, fiondandosi direttamente ai primi posti e surclassando nevrastenie da dilettanti: è la mitomania. Finalmente una patologia come si deve! In un giorno così bigio da far vacillare anche il più scafato esistenzialista, Basilio, seduto al bar del Catasto, osserva attento il mondo. Lui, eroe della mediocrità, prende appunti fitti per capire quale tendenza lanciare nel blog che Ferruccio, l’ignavo figlio della portinaia, internet-dipendente e pluri-ripetente, gli sta confezionando. Ma l’ispirazione langue. Poi, guardando fuori, vede Berto, un vicino di casa, attraversare la strada: gli sembra un relitto. Operaio da poco licenziato, la deriva lo ha sorpreso a tempi record. Naturalmente i passanti lo evitano e se schiattasse all’istante sulle zebre, è certo che lo scavalcherebbero disgustati. Basilio s’illumina, ha trovato la sua prima tendenza cool per inaugurare il Blog: “A tavola col derelitto”. Convincere Berto ad accettare l’inusitato invito non è facile: Basilio è costretto a firmare una carta dove dichiara di non vendere pentole, materassi o aspirapolveri “Folletto”. La seconda impresa è la scelta del ristorante: il locale, infatti, pur godendo di una certa fama, dovrà accogliere gli ospiti più insignificanti con l’identica deferenza riservata ai facoltosi. Ecco che, allettato da una gita fuori porta, fa cadere la sfida sull’Antica Osteria al Sabotino di Gorizia. L’ambiente è così minuscolo e confortevole, che appena dentro sembra abbracciarli. E questo calore è dovuto soprattutto all’arredo: antico e schietto come la consuetudine d’andar per taverne. Ai due avventori viene incontro il sorriso della signora Antonella, la titolare, così gentile e alla mano che li fa sentire nel tinello di casa. Dopo pochi istanti, dalla cucina fa capolino per un saluto il marito, Mauro Gubana, cognome promettente per uno chef goriziano. Comodamente seduti su Thonet del XIX secolo, l’impiegato e il derelitto prendono mano al menù. Basilio opta per le polpette al baccalà, un sodalizio perfetto tra un’impanatura croccante e una raffinata mantecatura del pesce. Canestrelli grigliati sono la scelta dell’incapiente che succhia i fragranti molluschi con una sonora e imbarazzante voracità. Ed è a fatica che Basilio, tentando una mossa fulminea, riesce a strappargli di bocca le conchiglie. Accompagnati da ottimo vino del Collio, seguono: spaghetti con bottarga di muggine, goulash di manzo e salsiccia tartufata di Camerino con polenta, e infine le trippe. La cottura della pasta è perfetta, sapientemente abbinata alle uova del pesce fornite con orgoglio isolano dal Circolo dei Sardi di Gorizia. La carne, poi, direttamente dal macellaio di paese, si scioglie in bocca con prodigiosa succulenza. I piatti tornano in cucina di un biancore accecante, ripuliti dall’implacabile scarpetta di Berto. Dulcis in fundo: bis con crostata di pastafrolla, marmellata di arance e pinoli, e caprese: dolce assemblato con cioccolato fondente, cioccolato bianco, mandorle, burro e uova. Al tavolo scende il silenzio, perché il cacao, dopo aver ammaliato la gola, ha iniziato a dialogare con i sensi. Serviti come veri notabili, i due sorseggiano il caffè scattando numerosi selfie “a tavola col derelitto”, per spaparazzarsi al mondo Vip come trendy estremo, al pari dei guanti per i piedi. Dopo aver pagato il conto, ragionevole rapporto qualità prezzo, ed essersi congedati dalla dolcissima famiglia Gubana, Basilio è decisamente soddisfatto. Per garantire una buona e indimenticabile ospitalità, infatti, non bastano gli ingredienti sul piatto. Ci vogliono rispetto per gli ospiti, gioia di cucinare e di servire. L’arte della ristorazione è un’armonia difficile da ottenere, e se manca l’ingrediente umano, perfino un piatto preparato e servito da James Ramsay in persona risulterebbe una sbobba. Al ritorno, guidando la sua Simca color ramarro, sotto a un cielo turchino-piccione Basilio guarda in tralice Berto l’insolvente, satollo e felice. L’impiegato catastale è colto da una leggera euforia, perché quel giorno, al Sabotino di Gorizia non solo è uscito “ristorato e restaurato” ma finalmente, ne è sicuro, con un amico.

ANTICA OSTERIA AL SABOTINO
Via Santa Chiara, 4 - 34170 Gorizia
Tel. +39 0481 538111
Chiuso domenica a cena

Le avventure gastronomiche del nevrotico Basilio. Il giorno della riscossa - di Lucia Burello


Basilio, ometto talmente comune che alla parola “anonimo” la Treccani pensa di pubblicare una sua foto, sta vivendo una profonda crisi esistenziale. È una tarda mattina di novembre velata da una leggera matassa di umidità, roba da far sembrare solatii i sobborghi minerari inglesi. A bordo della sua inossidabile Simca 1100, il nostro impiegato del catasto percorre la statale che attraversa la zona industriale, alla periferia Sud di Udine. Complici la monotona distesa di capannoni e il clima, un insidioso spleen lo costringe a tirare le somme della sua vita insignificante. “Mozart – riflette - a tre anni s’innamorò di una spinetta, Galileo della luna. È noto che nell’infanzia le cose hanno una funzione divinatoria”. Ma lui, da bambino, seduto sul wc, fissava rapito il labirinto di plastica che sua madre posizionava accanto al sifone della doccia, e che serviva per catturare gli scarafaggi. Su cosa gli riservasse il futuro, dunque, non c’erano molti dubbi. Inoltre, l’anonimato e il grigiore che incombevano sul suo avvenire, erano suffragati dal “destino nel nome”. “Passi Basilio. – riflette – Ma il cognome!”. Gli uomini qualunque, infatti, spesso si chiamano Rossi, Bianchi, a volte anche Verdi, un tricolore che, in fin dei conti, evoca un apprezzabile senso d’appartenenza. Lui no! Lui, di cognome, faceva Marrone! Basilio Marrone, quindi, conclude che la trappola per scarafaggi è stato il destino di molti come lui, gli invisibili, persi negli angusti e tortuosi corridoi di una scatoletta in plastica, calappio di un avido sistema fatto di apparenze, volgarità e cinismo, e pronto a schiacciarti come un bacarozzo. Nonostante le crescenti ambasce in cui questi pensieri lo stringono, al nostro ometto viene fame. All’altezza di San Giovanni al Natisone, vede il ristorante Campiello. Il nome, che ricorda una “Serenissima” piazzetta, lo ben dispone e decide di prendersi il meritato lusso di un pranzo “a’ la carte”. Lo accolgono un locale raffinato e un premuroso cameriere che gli prende il soprabito. Per il tavolo c’è l’imbarazzo della scelta, perché il salone è vuoto. Ma per Basilio è un bene: così è impossibile non notarlo. Passiamo al suo menù, decorosamente abbinato a un bianco del Collio, a partire dal piccolo assaggio di benvenuto: tre acciughine marinate adagiate su tre foglie di valeriana. Niente di particolarmente fervido. L’accostamento coraggioso dell’antipasto però lo incuriosisce: “Ventresca di tonno e puntarelle romane all’agro” che, come sospettava, lo sfida a trovare il delicato sapore del tonno, “affogato” dai decisi accenti dell’aceto, delle acciughe, dell’aglio e, di certo un’allucinazione, perfino di una parvenza di bottarga. Ma Basilio è pronto a riequilibrare i sapori scegliendo le “Linguine con busara di astice e basilico”. Ma mentre è cullato dal silenzio ovattato del salone, pregustando il sapore della sua entrée, dall’atrio gli giunge un’inquietante concitazione che esplode in un grido di donna che impreca come Mara Maionchi. Il leggero imbarazzo è subito rotto dall’arrivo della pasta che, freddina e forse troppo asciutta, a fatica riesce a consolare lo spirito e alleviare lo spavento. Ci prova, allora, con il “Rombo in boreto alla graisana e polenta del molino di Trussio”. Gli ingredienti sono esatti anche se l’aceto, a suo gusto, è forse troppo copioso sul pesce notoriamente piatto, come i suoi giorni. Dulcis in fundo? “Monte bianco di cachi e castagne”. Ultimo tentativo d’innalzare l’umore fino alla vetta del dolce ghiacciaio, ma che fallisce già al campo base, dove una spuma di castagne insidiosamente acida, sembra essersi “girata”; come diceva sua madre, dopo un distratto fuori e dentro dal frigo. Intanto, accanto a lui e senza alcuna discrezione, il personale viene rumorosamente istruito per una cena imminente. Ennesimo segno della sua invisibilità. La portata più indimenticabile, infine, è il conto, forse un po’ troppo pretenzioso per un menù finito per somigliargli: senza infamia e senza lode. Ma Basilio non si rassegna e, guidando verso l’ufficio, tutto è improvvisamente chiaro: è il tempo della riscossa! E perfino la trappola per scarafaggi ha un nuovo significato: lui è il prescelto per una missione epocale, riscattare dalla mediocrità i tanti Gregor Samsa metamorforizzati, loro malgrado, in gigantesche blatte. Come? Facendo di necessità virtù e usando, con astuzia, gli strumenti del nemico: il web. “Se in carne e ossa non esistiamo per nessuno – conclude smanioso – esisteremo virtualmente per essere qualcuno. Se nella vita vera nessuno ci vede, useremo quella finta conquistando milioni di follower! E se il sociale è morto, ci trasferiremo nel social scatenando l’inferno!”. Così rinvigorito, decide allora di diventare una cosa assurda in un mondo assurdo: Influencer! Lui, nella luccicante eleganza della scorza nera e lustra da scarafaggio, sarà il leader carismatico, il faro illuminante per la moltitudine di Rossi, Bianchi e Verdi che, per garrire finalmente al vento, avranno bisogno di un’asta ben salda, e di pregiato legno, Marrone.

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Via Nazionale, 40
33048 San Giovanni al Natisone UD
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